1966, Roma, rivisitiamo la terza Mostra Nazionale dell’Antiquariato
Palazzo Braschi 7 - 29 Maggio 1966. Lode degli Antiquari di Mario Praz .
Mario Praz, 1966
-
Nella voce che mi riguarda in Who’s Who, dopo
gli estremi della carriera, e la lista delle
pubblicazioni che d’anno in anno è venuta
aumentando, figura una breve descrizione delle
mie recreations che è rimasta sempre la
medesima, e cioè: « travelling, Empire furniture
».
Con gli anni, anche i viaggi sono cresciuti di numero, e così pure i mobili, i quadri, gli oggetti del periodo neoclassico pei quali il mio appartamento non ha oramai quasi più capienza, ma non per questo s’è allungata in Who’s Who la descrizione del mio hobby che è rimasta così com’era fin dapprincipio: «Empire furniture », mobilio Impero.
Eppure questo hobby ha preso tanta parte della mia vita, che nel mio libro autobiografico, La casa della vita, più spazio è dedicato alle vicende della mia collezione che a quelle della mia vita.
Al segno che un malevolo critico inglese, Cyril Connolly, recensendo nel Sunday Times del 20 settembre 1964 la versione inglese del mio libro, ha potuto dire che tutti i libri sulle collezioni private tendono a riuscire noiosi, specialmente se scritti dagli stessi collezionisti, e che è una fortuna che collezionisti del calibro di lord Hertford non sapessero scrivere: « Il suo appartamento mi fa pensare al dramma di Ionesco dove l’inquilino trasporta tanti e tanti mobili, finché ne rimane sepolto, proprio come io sono rimasto sepolto sotto le sue descrizioni ».
Tutti, o quasi (non certamente D.H. Lawrence che in un accesso di furore bruciò codesti volumi - non erano suoi, ma della sua ospite - in un caminetto) si divertono alla lettura delle avventure galanti di Casanova, e soltanto pochi (ma più di quanti non si creda) a quelle non galanti, ma non meno ardenti, di un collezionista, perché, a parte il fatto che per molti il culto dei begli arredi è lettera morta, c’è il quasi insormontabile ostacolo di rendere in parole la qualità d’un mobile o d’un oggetto, mentre la descrizione d’una bella donna provoca subito reazioni. familiari: costì non c’è bisogno di ricorrere a un linguaggio tecnico.
Sarò dunque riuscito ad annoiare i più, e a fare rimpiangere che, come tanti altri collezionisti, io non abbia taciuto, e abbia voluto aggiungere il mio nome a quello dei cultori di un genere di letteratura, l’aneddotica antiquaria, il cui campo è, nell’apparente ricchezza, assai limitato, le esperienze ripetendosi con tal meccanica sequela, a mo’ di vicende d’un gioco, che, a meno di non essere noi stessi collezionisti o antiquari, capaci cioè di sentirci venir l’acquolina in bocca e mancare il respiro leggendo di quel certo tipo d’avventure, pianteremo dopo un poco il libro come si esce annoiati dalla sala d’un’asta in cui viene messo all’incanto un genere d’oggetti che non c’interessa.
Tutte le esperienze di codesto mondo dalle passioni violente ma poco comunicabili, si riducono insomma ai due tipi ricordati a proposito di metodi d’avanzamento in una pagina d’un gustoso libro che, da pochi oramai conosciuto, s’è proprio ora fortunatamente ripubblicato, le Risultanze in merito alla vita e al carattere di Gino Bianchi di Piero Jahier: rendere nuovo il vecchio, rendere vecchio il nuovo.
Con una differenza, però: che laddove Jahier aggiungeva tra parentesi nell’un caso: occultamento delle fonti, e nell’altro: epifania delle medesime, qui l’ordine andrebbe invertito.
Ché gli antiquari rendono nuovo il vecchio proprio per mezzo dell’epifania delle fonti, cioè illuminando il valore storico e artistico d’un’ opera antica sì da renderla appetibile ai moderni, e rendono vecchio il nuovo occultando le fonti, cioè dissimulando tutto quello che il restauro e l’abile interferenza moderna hanno aggiunto a un’opera antica per elevarla di tono (quando addirittura l’opera antica non è creata di sana pianta, e allora si entra in un’altra categoria, affine, di cultori dell’antico, i Dossena e gli Joni).
Connesso a quelle due categorie: rendere nuovo il vecchio, rendere vecchio il nuovo, è il gioco della speculazione, onde cose ritenute vecchie o di scarto o cose nuove abilmente dissimulate vengono quasi per miracolo ad assumere un valore spesso favoloso: procurate con poca spesa, si vendono per un capitale.
Ma questo fatto della speculazione è poi tanto scandaloso?
Non disse Samuel Johnson che: «Nessuno, se non qualche cretino, ha mai scritto se non per denaro »?.
Sono poi così diverse la professione di filologo, che è la mia manifesta, e quella di antiquaria. che in fondo era la mia potenziale?
Rimasi sorpreso sulle prime, quando un eminente sacerdote, in un’allocuzione a noi universitari, dichiarò di essere a loro accomunato dalla ricerca del vero.
Ma era proprio così nel suo caso, ed è così nel caso dei filologi e degli antiquari.
Intanto, tralasciando i nomignoli spregiativi che esistono per l’una e l’altra categoria (a Napoli qualcuna chiama ancora gli antiquari saponari, dal commercio dei robivecchi o stracciaroli che davan sapone in cambio di stracci), se si guarda all’accezione originaria della parola antiquario, antiquari siamo gli uni e gli altri; se noi filologi attendiamo alla cognizione delle cose antiche per un fine disinteressato (o non direttamente economico) e gli altri alla ricerca delle cose antiche principalmente a fin di lucro, le stesse qualità d’intuizione e di dottrina sono necessarie a entrambi , la sola differenza essendo che, insomma, un filologo può divertirsi a schiccherare pagine e pagine di congetture più o meno gratuite e strampalate senza rimetterci più che la spesa della carta e della stampa (e spesso neanche quella, considerando la benevolenza di dotte riviste e d’atti accademici), mentre l’antiquario che non abbia buon naso paga di persona, ci rimette il proprio patrimonio; e la differenza, come si vede, torna tutta a onore degli antiquari.
Scavatori e scovatori siamo entrambi, e non sono sicuro che il mondo si sia meno avvantaggiato dalle scoperte degli antiquari per lucro che da quelle degli antiquari per disinteresse.
Preziosi codici, opere d’arte favolose, sono tornate alla. luce più spesso per l’acume indagatore di qualche avventuroso negoziante d’antichità che per quello d’un sedentario critico o d’un paziente archeologo.
Quest’affermazione potrà sembrare ardita; comunque, io ho conoscenze in entrambi i campi, e so che mentre ciascuno dei miei amici antiquari può raccontarmi scoperte personali d’interesse non di rado rilevante, pochi miei amici filologi sanno narrarmene delle eguali, senza contare che la conversazione dei primi è parecchio più amena di quella dei secondi.
Mi domando se all’egregio X, acuto e taciturno professore di letteratura, che in società dirà sì e no cento parole all’anno, sia capitata mai un’avventura come quella che fece la gioia e anche la fortuna del mio amico B, un antiquario che - si aggiunga, se ciò può aumentare il rispetto per lui - passava le vacanze leggendo classici greci nell’originale.
Costui si trovava una volta in una grande città industriale dell’ultima Tule, in un paese dove, per l’abitudine che avevano i suoi abitanti facoltosi di viaggiare e d’acquistare all’estero ogni genere d’anticaglie, vengono alla luce di quando in quando le più impensate opere d’arte.
Ma l’amico mio era stato sfortunato in quella spedizione, e, accingendosi a lasciar la città, volle almeno non aver fatto il viaggio per niente, e acquistò qualche taglio d’abito, essendo il paese famoso per le sue stoffe; ordinò che la merce gli venisse recapitata al suo albergo.
Poco prima di partire, non trovando il pacco nella sua camera, ne richiese il portiere; risultò che per errore era stato deposto in un’altra parte dell’albergo, accessibile per un’altra scala.
L’amico salì su per questa, e su un pianerottolo, a un tratto, gli si parò dinanzi una magnifica tela che egli senz’altro
identificò per opera dello Zurbaran.
In tali circostanze ogni antiquario di razza sa quel che accade: una sacra febbre s’impossessa dello scopritore, e non lo lascia finché egli non si sia assicurato l’oggetto.
Così accadde del mio amico che, con l’aria disinvolta dietro la quale i pari suoi sanno velare l’interna passione, chiese al proprietario dell’albergo di vendergli il quadro.
Il locandiere non aveva difficoltà (il soggetto era sacro, e ripugnava alla sua anima di protestante); solo gli sarebbe piaciuto di conservare la cornice, .la cui doratura, ottocentesca, era ancora fresca e vistosa. Non fu difficile combinare l’affare, e il mondo conobbe un capolavoro del pittore spagnolo di cui s’era perduta traccia.
Chi oserebbe confondere l’amico B nella folla dei rigattieri e commercianti di quadri che in una stampa del Settecento offrono le loro croste al Buon Ladrone crocifisso in una nicchia (Hommage au bon larron par les brocanteurs, rapetasseurs de tableaux)?
Scoperte ben più grandi di questa sapranno narrare altri antiquari; se ne troveranno di sensazionali nel libro dedicato a Duveen da S.N. Behrman (New York, 1951); ma ho voluto scegliere proprio un di quei casi che capitano non una sola volta nella vita d’un bravo negoziante d’antichità, ma parecchie.
Se il narratore è abile, come Léo Larguier nei Trésors de Palmyre, potrà conferire un alone poetico anche a tali avventure del commercio delle cose d’arte, e, per conto mio, pochi romanzi polizieschi son così appassionanti come il saggio di Osbert Sitwell sul modo in cui venne a formarsi la famosa collezione del duca di Beaufort a Badminton (The Red Folder, nel volume Sing highl Sing lowl, Londra, Macmillan, 1945).
Purtroppo però di solito antiquari dal fiuto pressoché infallibile nello scoprire opere d’arte, si perdono in banalità da scolaretti quando incominciano a scrivere.
Strano e grottesco fenomeno d’incoerenza del gusto che trova la sua controparte in quel che accade a celebri scrittori come d’Annunzio che, letterato a suo modo impeccabile, come collezionista di cose antiche e come arredatore era un « ciafrugliaro », o come Walter Pater, capace di scrivere bellissimi saggi sulla qualità e lo spirito d’un artista, e poi incapace all’atto pratico di distinguere un’opera di costui da una crosta di (ad esempio nel saggio sulla scuola di Giorgione).
Talora, ma di rado, i filologi dan dei punti agli antiquari, come dimostrò l’illustre professore Z, che avendo veduto in una rivista americana lo schizzo d’una rarissima statuetta di bronzo siriana effigiante la barbuta divinità solare a cavallo d’un toro, senza che ne fosse dichiarata la provenienza, s’arrovellò per ritrovare l’oggetto nei più celebri musei di quelle antichità, ma invano, finché un giorno, visitando la galleria d’un noto antiquario della città dove abitava, nella penombra d’una vetrina scorse, come in un sogno, la sospirata statuetta.
Naturalmente il professore Z, essendo riuscito ad acquistare l’oggetto, non se ne sarebbe separato per tutto l’oro del mondo, mentre un antiquario l’avrebbe ceduto al maggiore offerente.
Ma appunto tal continuo disfarsi delle cose preziose accelera e moltiplica i movimenti dell’antiquario, che non riposa mai sugli allori; come un insetto vola di fiore in fiore, e così facendo, trasporta il polline e fecondità; e se il fine dell’insetto non è la fecondazione dei fiori e il fine dell’antiquario non è l’aumento del patrimonio artistico del mondo, dobbiamo per questo stimar meno i loro servigi?
Una storia del commercio antiquario avrebbe capitoli non meno romanzeschi di quella dei
grandi viaggi d’esplorazione; e, quanto a me, confesso che darei molte delle mie
ricerche filologiche per una di quelle grandi trovate di negozianti d’antichità.
Un particolare merito che va riconosciuto agli antiquari italiani è quello di occuparsi di oggetti di arte
applicata in un paese come il nostro in cui lo Stato non incoraggia davvero i musei di arti minori.
Lo Stato ha lasciato languire per anni la vastissima collezione Gorga nei sotterranei del Vittoriano (solo ora parte della sua magnifica raccolta di strumenti musicali è esposta al pubblico, nel refettorio di Santa Marta al Collegio Romano), e non ha mai potuto voluto aprire un museo delle arti minori, come ne esistono all’estero (ricordiamo tra i più insigni del genere il Victoria and Albert di Londra, e il Musée des arts décoratifs di Parigi) ricordandosi solo a questo riguardo il vano tentativo di sistemare la collezione Gorga nei sotterranei del Palazzo Barberini, occupati abusivamente e difesi strenuamente dal Circolo delle Forze Armate con un accanimento degno di miglior causa che non quella di offrire sontuosi locali pei ricevimenti nuziali dei figli degli ufficiali.
Quando da noi si penserà a organizzare un museo di questo genere sarà troppo tardi come è successo pel Museo delle Tradizioni Polari all’EUR, che illustra solo in minima parte una ricchissima produzione artigianale andata dispersa.
Poiché i quadri d’autore e i pezzi di scavo possono emigrare, ma non si disperdono, mentre solo l’amore di qualche maniaco può salvare gli oggetti d’artigianato, la cui destinazione utilitaria è pei contemporanei preminente, mentre il giudizio dei posteri, se convenga o no conversare tali «calie », diviene di meno in meno favorevole col diffondersi dei criteri americani di buttar via tutto ciò che non serve più e con l’abbandono dell’antico uso di trasferire nella camera degl’impicci (che del resto non esiste più nelle anguste case moderne, che però hanno doppi bagni, magari mezza tinozza per la servitù che pure va scomparendo) gli oggetti inservibili a cui tuttavia si rimane (o si rimaneva) legati per un vincolo sentimentale.
In Australia ho visto in un piccolo museo di provincia conservata perfino una bottiglia di
gassosa col pallino come oggetto degno di curiosità, da noi non sarebbe stata esposta neanche al mercato di Porta Portese;
da noi le chiese del contado scartano arredi pregiati per permettersi le installazioni di neon e i santi di plastica.
E se questi arredi passano da chi non sa apprezzarli a chi sa trasmetterli a coloro che
li apprezzano e li conservano, non dovremmo benedire cento volte l’intermediario, il « saponaro »?
Lo Stato è impotente a proteggerli; anche perché nel bilancio la parte destinata alla
Sopraintendenza alle belle arti è una frazione minima.
Quanto da noi si salva nel campo delle arti decorative, è salvato dagli antiquari.
So benissimo che l’idea prevalente circa gli antiquari è un’altra. E mi studierò di descriverla così:
In un vecchio libro di cucina (in che libri non ficchiamo il naso noi bibliofili?) m’ha colpito
il nome d’un piatto, colto a caso in una rapida scorsa, un di quei nomi
fantasiosi e assurdi nel gergo internazionale della cucina d’una volta: omelette soufflée à l’antiquaire.
La ricetta non è affar mio, ma quella combinazione di parole m’ha fatto
correre il pensiero a tutt’altro campo che l’arte d’Apicio; poiché tra la gonfia frittata
di pochi ingredienti sublimati in aerea spuma e la professione
d’antiquario si può scorgere un rapporto profondo che l’autore del Rigeneratore
gastronomico, dalle cui labbra era piovuto quel nome di manicaretto, non si sognava neppure.
Che cos’è infatti, il più delle volte, l’arte di vendere un oggetto antico se non un frullare, uno sbattere, un
volatilizzare sapientemente il poco uovo e la copio sa chiara, finché gl’ingredienti, montati e
secondati dal calore del forno, assumono quella caratteristica forma a sgonfiotto che arieggia le mongolfiere?
E non dico che in ogni caso l’antiquario s’aiuti, come il cuoco, con un po’ d’agro di limone per far gonfiare meglio, ossia che forzi la montatura con qualche reagente drastico e non confessabile;
no, ogni anticaglia, anche la più genuina, è simile alla frittata a sgonfi otto, un terzo del cui pregio consistendo in virtù intrinseca, e gli altri due terzi in fascino del passato, in associazione con un certo periodo storico, in rarità, introvabilità, curiosità, bizzarria, esotismo, tutte qualità che traggono vita e alimento solo dalla fantasia dell’uomo, aerea spuma da cui nasce quell’ Afrodite che è la cosa bella.
« Virtù» chiamarono nel Settecento anche una notevole anticaglia, quasi aspergendo l’oggetto
della bravura di chi lo presentava o della passione di chi ne andava ghiotto.
Quel virtuoso gli maneggia, e quelli Favellan, come fosser creature. Sollecitati con abile industria, gli oggetti
parlano come i «figurin bizzarri e snelli» nella satira del Menzini, «che paion del Callotti esser disegni ».
Col che non vuol concludersi che la professione di vendere antichità sia poco meglio di una mascherata!
Ma l’arte di «far mussare» è propria tanto dell’esperto confezionatore di frittate a sgonfi otto che
dell’antiquario, e - concediamolo, per esser giusti e non venir tacciati di notare
il fuscello nell’occhio altrui, dimentichi del trave ch’ è nel nostro - di noi giornalisti.
Vedete, per esempio, siccome il concetto d’antichità si sposta di continuo, e quel che era ieri spregiato come vecchio viene oggi messo in onore come antico, vedete di questi giorni in qualche vetrina d’antiquario di moda (perché anche tra gli antiquari ci son quelli che fiutano meglio i gusti dell’età presente) esposto come «oggetto di virtù» uno di quei vasi della «Belle Epoque» che Gallé chiamava poèmes vitriftés o uno di quei lumi formati da gambi di cardo attorti intorno a una nudità dalle chiome fluenti la cui qualità supremamente liberty bastava, ancora non molti anni fa, a farceli relegare tra le cose ridicole e impossibili… sl, ma divertenti, insinua ora l’imbonitore, deliziosi, un amore, una galanteria.
Proprio come, or è qualche tempo, diceva a proposito, mettiamo, di uno di quegli sgabelli imbottiti e trapunti che, quando eravamo ragazzi, tutti eran d’accordo a trovare buffi e a relegare in soffitta: uno di quei poufs del borghese Ottocento, panciuto, pieno di polverose fossette, goffo.
Panis levis qui dicitur« pouf», sta scritto in un Liber albus straniero del Quattrocento per definire quella che noi chiamiamo sfogliatella, e, seguitando il filo di questo paragone culinario, chi non vede un rapporto tra la gonfia e leggera pasta, lavorata a forza di sbatterla contro la spianatoia, e quello sgabello a sgonfiotto, opera di antico maestro tappezziere, che la moderna rievocazione storica circonfonde di divertito idoleggiamento?
Secondo dunque l’opinione corrente la professione d’antiquario confinerebbe, in una «piazza universale di tutte le professioni del mondo» come quella di Tomaso Garzoni da BagnacaVallO, con la professione dei fabulanti, cioè di coloro che la danno ad intendere, per fabula significando si una «oratio ficta verisimili dispositione imaginem exhibens veritatis ».
Ma quale delle umane professioni non può essere messa, e non è stata messa, in cattiva luce?
È giusto dunque, per seguitare il paragone culinario, che per una volta tanto la frittata venga rivoltata a onore degli antiquari.
Mario
Botta
e Paolo Crepet discuteranno sulla
felicità e i luoghi in cui viviamo. “Dove
abitano le emozioni” è il titolo
dell’incontro pubblico previsto per
venerdì 18 luglio, alle 17, a
Chiusi-Centro convegni San Francesco,
coordinato dalla giornalista Maria
Antonietta Calabrò. L’iniziativa prende
spunto da una pubblicazione sugli stessi
temi: un libro intervista con
l’architetto di fama mondiale e lo
psichiatra e sociologo, edito di recente da
Einaudi. A Chiusi, strategico
luogo etrusco, si discuterà su come
ripensare città e territori extraurbani come
luoghi dove poter essere felici. Le
riflessioni di Botta e Crepet potranno
dimostrare come questa aspirazione non sia
solo un’utopia. Al contrario, negli spazi
urbani e nel territorio si può vivere un
tempo non solo produttivo, dove emozioni e
ricchezza siano strumenti di una nuova
convivenza e di una quotidianità rinnovata
per il singolo come per la comunità.
Botta e Crepet approfondiranno come le nostre emozioni dipendano anche dal modo di utilizzare e concepire territori e spazi urbani. La cittadina di Chiusi rappresenta una scelta non casuale, può essere infatti considerata un luogo simbolico, da sempre punto strategico e di confronto, luogo di stratificazioni storiche. Anticamente, c'era il sistema viario legato alla Chiana, che collegava Arno e Tevere (navigabili). Oggi ci sono ferrovia e autostrada, e una posizione geografica di confine tra tre regioni del centro Italia. Il paesaggio, sopratutto, ha mantenuto la biodiversità, rimanendo identico anche rispetto alle antiche mappe del catasto leopoldino. Ancora oggi la campagna che la circonda evoca armonia, liricità, ispirazione di un paesaggio che ha mantenuto intatto il rapporto con la memoria. Insomma, un luogo simbolo dove affrontare adeguatamente i temi della qualità della vita, del paesaggio e della felicità in rapporto all’architettura che ha bisogno, secondo Mario Botta, di ritrovare valori umanistici forti, spiccata sensibilità ambientale e un’attenzione per la bellezza. “La felicità e i luoghi in cui viviamo – osserva il sindaco di Chiusi, Luca Ceccobao – sono aspetti intimamente legati e che meritano un confronto, specie in un territoro ‘eletto’ come il nostro. Ma il territorio senese e toscano non può essere considerato, con superficialità, solo un’isola felice: al massimo un laboratorio virtuoso sul quale introdurre spunti e riflessioni. Auspico che Chiusi possa continuare ad ospitare questo dibattito, con altre analoghe iniziative nel prossimo futuro”. SINTETICHE NOTE BIOGRAFICHE Mario Botta, architetto di fama mondiale, ha lavorato con Le corbusier e Louis Kahn. Tra i suoi lavori il Museo d’arte moderna di San Francisco, la torre Kyobo a Seul, la ristrutturazione del Teatro alla Scala di Milano, il Mart di Rovereto. Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, ha lavorato con Franco Basaglia. Numerose le sue pubblicazioni e le collaborazioni con testate televisive e periodici, che ne fanno un divulgatore di successo sugli studi legati agli aspetti più profondi della vita umana. |
Protagonista
d’eccezione del variegato programma proposto
dalla Galleria Civica di Arte Contemporanea
per l’estate 2008 è l’artista americano
Paul McCarthy. E quale personaggio
meglio di lui poteva impersonare l’essenza
irriverente di The Rocky Mountain People
Show, volto a prendere di mira il mondo
dello spettacolo nel suo aspetto più kitsch?
I disegni che vengono ospitati dalla
Galleria Civica di Trento, a partire da
martedì 15 luglio, con inaugurazione alle
20.30, fino a domenica 2 novembre 2008, sono
stati realizzati in collaborazione con
Benjamin Weissman, amico col quale l’artista
si è incontrato più volte nell’ultimo
decennio per scambiarsi storie ed idee.
Molti dei disegni esposti, che successivamente passeranno alla Zaçheta National Gallery di Varsavia e ad altri musei europei, sono stati originati nella Mammoth Mountain, nella Sierra Nevada in California e presentano tra i loro temi fondamentali proprio quello della montagna. In suddetta produzione grafica, che risulta suddivisa in sette gruppi: Boy, 1997-98; Pegotty Eye, 2003; Nature, 2003; Female Lead, 2006; You Scoter Vat and Never Digested, 2006; Service, Feed and Under Hart, 2008; Heidi 5’ 2’’ 107 lbs, 2008, McCarthy e Weissman giocano con parole e immagini unendole in una relazione inscindibile, tanto che le scritte, sensate e non, diventano parte integrante del disegno stesso. I due artisti propongono quindi, in forma ironica, quasi fumettistica, paesaggi montani, sciatori impegnati in equivoche pose, uomini che si accoppiano in maniera selvaggia persino con animali. Lavorano molto poi anche con le associazioni mentali; un esempio per tutti è l’ampio uso che fanno della figura del mammut, termine che richiama la montagna dove si recano con una certa frequenza, ma che risulta anche una concreta raffigurazione, quasi ossessiva, presente nelle loro composizioni, non limitata al mondo animale, in quanto figura ibrida e madre di figli umani. McCarthy ama rompere i tabù della società tradizionalista in maniera scenografica e drastica, approfondendo le questioni della promiscuità, della violenza, della pornografia, della masturbazione, della nascita e della morte. Questo anche perché è cresciuto negli Stati Uniti, quindi in un mondo in cui il gigantismo, la televisione, l’intensità cromatica prevalgono sulla sobrietà che viene sacrificata nel nome dell’entusiasmo e della spettacolarità. Le sue azioni, ben esplicitate nei disegni, sono quasi sempre a sfondo sessuale, messe in scena teatrali dei processi e degli atti in parte considerati temi scottanti, espressioni libere del pensiero e dello stream of consciousness dell’artista. McCarthy, come è solito fare, utilizza l’ironia e l’esagerazione grottesca in un’arte che prende spunto dalla vita quotidiana, macinando ambientazioni hollywoodiane, derivanti da serie televisive, fumetti, cinema di serie B, fino ad arrivare persino al mondo incantato di Disneyland, e, questa volta, lavora in collaborazione con Benjamin Weissman, co-editore di Bomb Magazine, autore di Dear Dead Person (High Risk/Serpent’s Tail, 1995), di articoli per Freeze, Powder, Parkett, Frieze e Artforum, nonché professore all’Art Center College of Design e all’Otis College of the Art. Il progetto è realizzato grazie al supporto organizzativo di Hauser & Wirth Zürich London. |



E’
un’opera tra le più note e suggestive della Galleria degli Uffizi, copia
del famoso Laocoonte di età ellenistica, scoperto sul Colle Oppio a
Roma, nel 1506, e conservato oggi ai Musei Vaticani. L’intervento è reso
possibile grazie al generoso sostegno economico dell’associazione Amici
degli Uffizi e dei Friends of Uffizi Gallery Inc.



Mario
Botta
e Paolo Crepet discuteranno sulla
felicità e i luoghi in cui viviamo. “Dove
abitano le emozioni” è il titolo
dell’incontro pubblico previsto per
Protagonista
d’eccezione del variegato programma proposto
dalla Galleria Civica di Arte Contemporanea
per l’estate 2008 è l’artista americano
Paul McCarthy. E quale personaggio
meglio di lui poteva impersonare l’essenza
irriverente di The Rocky Mountain People
Show, volto a prendere di mira il mondo
dello spettacolo nel suo aspetto più kitsch?
I disegni che vengono ospitati dalla
Galleria Civica di Trento, a partire da
martedì 15 luglio, con inaugurazione alle
20.30, fino a domenica 2 novembre 2008, sono
stati realizzati in collaborazione con
Benjamin Weissman, amico col quale l’artista
si è incontrato più volte nell’ultimo
decennio per scambiarsi storie ed idee.