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Mantova

L’Arte greca e il Bello

di Francesca Guerisoli

Sul Bello e sulla Bellezza si sono spese molte parole nel corso dei secoli, e ancor più con la messa in discussione di tali concetti nell’arte del XX secolo. Della Bellezza si continua a scrivere ed a parlare, e illustri personalità della cultura negli ultimi anni l’hanno resa protagonista dei loro saggi, da Umberto Eco con Storia della bellezza (Bompiani, 2004) a Elaine Scarry con Sulla bellezza e sull’essere giusti (il Saggiatore, 2001) fino a Luigi Zoia con Giustizia e bellezza (Bollati Boringhieri, 2007).Oggi la mostra a Mantova curata da Salvatore Settis, che presenta i rapporti tra l’arte greca e l’Italia all’interno della suggestiva cornice di Palazzo Te, ripropone fin dal titolo il Bello come chiave di lettura di tutta l’arte greca. I Greci avevano infatti un sistema di valori basato su Giustizia e Bellezza; il Bello per Platone è il Vero. Il Bello, inteso come assoluto, nella cultura greca è Buono, è portatore di valori positivi. Un Bello che, in particolare nell’arte, è costituito dalla giusta misura, dall’armonia tra le diversi componenti di un tutto, dall’equilibrio. Nei visi scolpiti l’immagine fisica corrisponde al carattere dell’anima; occhi, capelli, barba e forma del volto sono specchio di specifici valori non corporei. Una equivalenza tra dato fisico e dato morale portata poi alle estreme conseguenze dagli studi sulla fisionomica, che ne ha voluto tracciare una teoria su presunte basi scientifiche.

In mostra a Mantova vi sono soprattutto sculture che riproducono dei ed eroi, i cui nomi e sembianze sono state fornite da Esiodo e Omero (scrive Erodono nella “Teogonia”), iconografie tra le più precoci e durature dell’arte greca in quanto collegate alla vita religiosa e civile della società. Ma si trovano anche molti crateri a figure rosse, teste, statuette. In tutto sono oltre centoventi opere, dal Torso di Kouros cosiddetto Apollino Milani in marmo, ricongiunto con le testa di Kouros da Osimo, alla Testa di Ulisse; dalla Statua dello Spinario, al Cratere di Euphronios.

Opere che si fanno narratrici della conquista dei Greci da parte dei Romani, i quali si appropriano della cultura classica in vario modo, attraverso saccheggi, copie, e chiamando gli artisti a lavorare a Roma. E già allora un intellettuale come Cicerone denunciava la negatività della spoliazione, in questo caso dei templi, fenomeno molto diffuso, opponendosi all’importazione di statue di culto greche.

Ma dalla mostra emerge anche l’importanza che hanno avuto i Romani nella diffusione della cultura greca, grazie alle cui copie possiamo ancora ammirare importanti esempi di cui gli originali sono purtroppo scomparsi nel corso dei secoli. Grazie alle copie, inoltre, le statue greche hanno potuto conoscere un orizzonte di diffusione straordinario.

Sono tre in tutto le sezioni che costituiscono la mostra, che sviluppa un’analisi che parte dalla Magna Grecia e dagli esempi di imitazione degli Etruschi delle bellezze classiche, si sviluppa con gli esempi di saccheggi dei Romani e delle copie, fino al fenomeno dell’importazione di sculture dalla Grecia nel Quattrocento. Sezioni accomunate dalla “forza del Bello”.

Una relazione armonica tra Bellezza e Giustizia che è dunque sopravvissuta anche nel Rinascimento, insieme a un rapporto tra piazza e palazzo – sostiene Luigi Zoia. E continua, “Con il protestantesimo e la modernizzazione questa unione fisica e morale si spacca, in nome della funzionalità: l’arte si fa specialistica e la massa si abitua alla bruttezza come condizione normale”. Oggi, la terribile mancanza di valore attribuita alla Giustizia può quindi derivare dall’aver dato sempre meno importanza ai valori di Bellezza?


La forza del Bello │ fino al 6 luglio 2008 │ Palazzo Te - Viale Te, 13 – 46100 Mantova │
Orari: 9.00 – 19.00 (chiusura biglietteria 18.00) │ Prenotazioni: 199 199 111 ; dall’estero +39 02 43353522 dal lunedì al venerdì ore 9 – 18 │ Diritto di prenotazione: 1,5 € │ Biglietti: intero: 10 €; ridotto: 8 € . Catalogo Skira.

L’arte contemporanea ha messo radici
nella provincia di La Spezia

di Lorenzo mazzi

Sarebbe inutile e un poco sciocco nutrire riserve rispetto ad un sistema dell’arte che, soprattutto in ambito metropolitano, è ormai un susseguirsi di vernissage, inaugurazioni, firme di critici d’autore, location post-industriali, grandi fiere d’insieme. Di fatto, questo è la modalità di distribuzione e ricezione, in particolare dell’arte contemporanea, che prevale e che, evidentemente, qualche ragione d’essere in ambito non solo culturale, ma anche economico, deve averla.

Non si può in effetti rifiutare a prescindere quel che viene offerto, anche perché nel mare di proposte, spesso si trovano vere perle e tesori contemporanei. Alcune delle mostre tematiche proposte ad esempio di recente in ambito milanese, hanno di sicuro permesso di avvicinarsi all’arte contemporanea con un approccio meno accademico/monografico e più stimolante.
 

Ciò non toglie che ogni tanto mettere il naso fuori dalla città, permette in ogni senso di rinfrescare le mente. Quando quindi capita di partecipare ad eventi locali di creativa ispirazione ed efficace realizzazione, si apprezza di più quanto sì resta ai margini del grande macchinario dell’Arte, ma non per questo manca di vivacità ed iniziativa.
Ci riferiamo in questo caso ad una iniziativa, giunta già alla sesta edizione, che si tiene nel territorio spezzino, in quelle terre tra Liguria, Toscana ed Emilia che tanta antica ricchezza culturale serbano intatta nel tessuto sociale, dialettale ed antropologico. Parliamo di Emergenze 6, una rassegna itinerante che ha scelto per questo anno di tenersi in tre suggestive realtà: un paese abbarbicato nell’entroterra collinare, degli stabilimenti navali ancora in attività, una scuola elementare dismessa. E se cambiano i luoghi, anche le opere e gli artisti mutano, in relazione alla diversità ambientale e culturale che ogni location racchiude.
 

Il criterio poi che i curatori Enrico Formica e Matteo Sara hanno adottato fin dalla prima edizione, quello cioè di prendere in considerazione opere di autori locali o comunque inseriti nel contesto limitrofo al territorio spezzino, permette di fare appunto emergere artisti che in altre occasioni rischiano di essere penalizzati da una ridotta visibilità.

Se quindi i curatori rifiutano in senso stretto la definizione di “itinerante”, il motivo è che nelle diverse tappe non si ripetono in realtà motivi e tematiche, ma è solo a partire da un prolungato approfondito sopralluogo che i diversi artisti hanno potuto scegliere come inserire, adattare, creare e modificare il loro intervento.

Da una torre di un castello diroccato ad un antico lavatoio, dalle mura medievali alle finestre della via principale del paese, dalle officine alle aule scolastiche abbandonate, le diverse installazioni dialogano non solo con gli edifici, ma anche con gli abitanti e i lavoratori, sostegno importante per questo tipo di iniziative (patrocinate non solo dalle istituzioni locali, ma anche da associazioni radicate nel territorio come l’ARCI provinciale).

Ai visitatori viene quindi offerta la possibilità di seguire un percorso, quasi una auto-ironica caccia al tesoro, con tanto di cartina/mappa, attraverso le vie, i vicoli, le aule o gli stabilimenti, alla ricerca delle molteplici installazioni che nell’arco di tempo precedente l’apertura delle esposizioni gli autori hanno inserito nel contesto messo a loro completa disposizione (quasi completa, dato il “caso” verificatosi di un oratorio ecclesiastico negato in extremis a causa di una opinabile non adeguatezza dell’opera, già in catalogo, da realizzare). E forse ancora più interessante è immaginare quella che può essere, nei momenti di vita quotidiana, l’interazione con la popolazione, che in quei luoghi vive o lavora tutti i giorni. Ma questo, a noi modesti visitatori, è un piacere giocoforza (e per buona fortuna) precluso.


Emergenze 6
Castelnuovo Magra (centro storico): 1-15 giugno 2008
Muggiano (Pertusola, Navalmare): 22 giugno - 6 luglio 2008
La Lizza (ex scuola elementare): 13 luglio - 27 luglio 2008
Info: www.provincia.sp.it

 

Firenze - Presentato alla Galleria degli Uffizi
il cantiere di restauro del Laocoonte di Baccio Bandinelli
E’ un’opera tra le più note e suggestive della Galleria degli Uffizi, copia del famoso Laocoonte di età ellenistica, scoperto sul Colle Oppio a Roma, nel 1506, e conservato oggi ai Musei Vaticani. L’intervento è reso possibile grazie al generoso sostegno economico dell’associazione Amici degli Uffizi e dei Friends of Uffizi Gallery Inc.

Per non privare il pubblico di uno dei capolavori della Galleria si è scelto, eccezionalmente, di allestire in loco il cantiere e di renderlo “aperto”, così che i visitatori, volendo, possano assistere alle varie fasi di pulitura e conoscere più da vicino il lavoro dei restauratori. Lo spazio del cantiere sarà delimitato da un diaframma - di un modernissimo materiale leggero in fibra termotesa chiara - dotato di pannelli informativi sulle fasi salienti dell’operazione, con proiezioni di immagini sia in tempo reale che registrate. Sul diaframma si troverà anche una finestra in cristallo trasparente, per osservare direttamente i restauratori all’opera. Oltre al Laocoonte saranno restaurate altre quattro opere della testata del terzo corridoio, non meno importanti, tutte antiche e provenienti dalle collezioni medicee: una scultura raffigurante il Cinghiale, copia di un bronzo di epoca ellenistica che fu modello per la celebre opera di Pietro Tacca, eseguita per la fontana del Mercato Nuovo, universalmente nota come il Porcellino; un Ercole rappresentato al termine delle proprie fatiche, sull’esempio dell’Ercole Farnese e due ritratti virili, entrambi databili intorno al I secolo dopo Cristo e rappresentanti due uomini in età matura.

I restauri delle opere, sotto la direzione dei lavori di Antonio Natali, Direttore della Galleria degli Uffizi, di Antonella Romualdi, Direttore del Dipartimento dell’antichità classica e di Francesca de Luca, Direttore del Dipartimento dell’arte del Cinquecento e del Seicento, saranno eseguiti da Alberto Casciani per il Laocoonte, da Paola Rosa per il Cinghiale, da Giovanni Boni per l’Ercole Farnese e da Daniela Manna per i due busti. Il progetto del cantiere è di Antonio Godoli, mentre le indagini preliminari sul gruppo di Baccio Bandinelli sono state fatte da Marcello Picollo dell’Istituto Iroe e da Susanna Bracci del Cnr. “Si tratta - dice Antonio Natali - di un’operazione fra le più importanti intraprese dalla Galleria nell’ottica della rilettura degli ambienti che saranno emblematici degli Uffizi di domani. Dopo il riordino della Sala della Niobe, dopo il Ricetto delle Iscrizioni e la Sala dell’Ermafrodito, dopo il restauro della scala lorenese, l’attuale intervento aspira a restituire alla testata del corridoio di ponente l’antica nobiltà che le pertiene”.

La storia del gruppo marmoreo del Laocoonte è indubbiamente affascinante: l’opera fu scoperta a Roma da Felice de Fredis cadendo in una buca nella sua vigna presso le Terme di Tito, sul Colle Oppio. La buca risultò essere l’ingresso di una stanza sotterranea nella quale si celava la scultura. Papa Giulio II inviò subito Giuliano da Sangallo e Michelangelo che la identificarono immediatamente con quella di proprietà dell’Imperatore Tito (79-81 d.C.), che Plinio il Vecchio attribuiva agli scultori Agesandro, Atanadoro e Polidoro di Rodi.La scultura raffigura Laocoonte, il sacerdote troiano che, contro il volere di Atena e Poseidone, si era opposto all’ingresso a Troia del cavallo di legno lasciato dai Greci di fronte alla città. Due serpenti marini lo avvolsero fra le loro spire, uccidendolo insieme ai due figli, e segnando così la distruzione di Troia. Il gruppo destò lo stupore dei contemporanei («…Tutta Roma die noctuque concorre a quella casa che li pare el jubileo»).

L’opera contribuì notevolmente a rivoluzionare la percezione dell’arte antica e non ci fu artista in Roma, anche di passaggio, che mancasse di studiarla. Bramante organizzò addirittura un concorso per l’esecuzione della copia migliore che venne vinto da Sansovino.

Oltre a una gran quantità di disegni, ne furono ricavate copie, calchi in gesso, in bronzo e in marmo. La scultura, complessa e delicata al contempo, ha ispirato scrittori, pittori, letterati di varie epoche come testimonia la recente mostra “Laocoonte per sempre” del 2006 ai Musei Vaticani, in occasione della quale è stata sottoposta ad una leggera operazione di cosmesi e di pulitura di vecchie stuccature.

Il gruppo marmoreo della Galleria degli Uffizi fu commissionato a Baccio Bandinelli (Firenze 1493 - 1560 ) dal cardinal Giulio de’ Medici, poi Papa Clemente VII (1523-34). Lo scultore toscano la realizzò nel 1520 con tre blocchi di marmo, per regalarla a Francesco I re di Francia.

E forse, già prima di questa data, fu lo stesso Bandinelli ad eseguire alcune integrazioni sulle parti mancanti nella statua originale. La copia dell’artista toscano fu inviata a Firenze nel 1531 e collocata nel cortile del Palazzo Medici di via Larga - come attesta un’iscrizione sotto la base ricordata dal direttore della Galleria Giuseppe Bencivenni Pelli nel 1779 - da dove fu poi trasferita nel casino di San Marco. Entrò in Galleria con l’ubicazione attuale con l’eredità del Cardinal Carlo de’ Medici, probabilmente nel 1671. Il restauro del nostro Laocoonte ha lo scopo di restituire leggibilità al gruppo, offuscato dalla “patina del tempo”, da uno strato di sporcizia dovuto a sostanze grasse, vecchi strati di cera, depositi di polveri e dai danni subiti a causa dell’incendio avvenuto in galleria nel 1762, ancora testimoniati da numerose macchie rimaste sulla sua superficie.  Questo in breve il progetto dell’intervento: in una prima fase si dovrà verificare, attraverso vari saggi, il grado di profondità cui adeguare la pulitura, poi, con l’utilizzo di piccoli tamponi imbevuti di sola “acqua deionizzata”, verrà rimosso lo sporco più superficiale, mentre si farà ricorso ad un’apparecchiatura laser, per quei depositi penetrati nella rugosità del marmo. Un altro importante momento del restauro consisterà nel controllo della tenuta delle adesioni tra i vari pezzi, fratturati e poi riassemblati dopo l’incendio. Tempo previsto per il restauro, 10 mesi circa. Nell’ambito del ripristino dell’arredo della testata del terzo Corridoio della Galleria, saranno restaurati anche i dipinti della serie aulica collocati in quella zona: il Ritratto di Francesco de Medici (1594 - 1614) raffigurato all’età di sette anni insieme a un cane e il Ritratto di Giovan Carlo de’ Medici (1611 - 1663) giovinetto in veste di Cavaliere di Malta, entrambi di Giusto Sustermans (Anversa 1597 - Firenze 1681).

Anche questi restauri saranno possibili grazie all’associazione Amici degli Uffizi e dei Friends of Uffizi Gallery Inc che hanno contribuito all’intera operazione con un finanziamento di 160.000 euro circa.

 

 

Cesare Lampronti

L'opera d'arte è un assegno circolare

Un’opera d’arte è un investimento se sapientemente orientato, per esempio quando è rivolto

ad opere consolidate e di sicura attribuzione.

In questo senso è un valore internazionale, perchè riconosciuto da tutta la comunità, a prescindere

 dalle varie mode del momento e dai vari flussi economici, che ci possono essere in tutti i settori.

Un’opera d’arte è meglio di qualsiasi acquisto in settori più rischiosi, perché ha un valore estetico riconosciuto.

L’opera d’arte è una Banconota, un assegno circolare internazionale che oltretutto si rivaluta nel tempo.

 Quindi  si deve orientare l’acquisto verso opere che hanno una bibliografia, una qualità ineccepibile

che dia sicurezza a prescindere dall’epoca e dal tipo di autore.

E qui le mode del momento non hanno particolare influenza, per esempio un Canaletto o un

 Van Vittel sono di una tale qualità da non poter essere legati a nessuna moda.

Se dovessi proporre l’investimento artistico consiglierei l’acquisto di dipinti, in particolare la  pittura

di paesaggio e la vedutistica, questa in particolare ha da tempo un ottimo trend di rivalutazione.

Ma l’investimento avviene comprando però sempre da mercanti riconosciuti, che diano opere di qualità.

Dal nome minore al nome maggiore, alla più grande firma, purché tutto sia

riconosciuto e certificato, questo è da considerare investimento.

 


 

Tefaf (The European Fine Art Foundation  )

La Fiera dell'Antiquariato a Maastricht

Alla XX edizione, l’Italia è rappresentata da Bulgari e Buccellati.

Tante le opere di autori Caravaggeschi, ispirati al grande maestro e alle vedute italiane.

di Roberta Olcese



Duecento jet privati sono attesi dal 9 al 18 marzo a Maastricht.

 In occasione della XX edizione di Tefaf (The European Fine Art Foundation - www.tefaf.com), la più importante

mostra mercato al mondo che in pochi giorni catalizza l’attenzione di oltre

80 mila visitatori, tra cui figura il top del collezionismo mondiale.

 Si pensi che per la scorsa edizione sono passati di mano works of art per oltre 500 milioni di Euro.

 In occasione di Tefaf vengono spesso presentati capolavori scomparsi dal mercato:

 l’anno scorso era stato il caso di un ritratto di San Giacomo opera di Rembrandt

assente da 60 anni, lo stesso stimato 18/25 milioni di dollari è passato in

 asta da Sotheby’s a Londra a fine gennaio per 25,8 milioni.


Gli antiquari e i galleristi selezionati dal severissimo vetting sono 218, di 15 Paesi

 diversi, e tra questi figurano anche 11 nomi italiani in perfetta linea con Inghilterra, Francia, Germania e Spagna.


La fama della kermesse nata nel 1975, è legata agli Old Master Paintings, i dipinti degli antichi maestri, ma ben presto si è allargata alle altre categorie, dall’archeologia, alle miniature, i tessili, le porcellane, i vetri, gli argenti fino all’arte orientale quest’anno rappresentata da un’importante new entry: l’antiquario inglese John Eskenazi specializzato in arte Indiana, Gandharan, Himalayana e del Sud-East Asiatico.

Fiore all’occhiello delle ultime edizioni, così come delle aste, sono stati i gioielli e l’arte moderna e

 contemporanea, settori che fanno girare i numeri del mercato internazionale.

Anche quest’anno non mancheranno Bulgari e Buccellati a rappresentare l’Italia con alcuni pezzi unici.

 Intanto però gli occhi sono puntati su una spilla in diamanti realizzata da Cartier e indossata dalla

Principessa Margaret per l’incoronazione della sorella, regina Elizabeth II d’Inghilterra, che

 sarà in vendita dal gioielliere londinese Hancocks.


La pittura antica a Maastricht nasce all’ombra della tradizione fiamminga, qui sono passati capolavori

di Rubens, Van Dyck, Van Eyck, e si può stare certi di incontrare qualche rarità realizzata da Brueghel il Vecchio e il Giovane.

A questi ben presto si sono aggiunti i capolavori dei grandi maestri internazionali.
Attualmente il mercato è sensibile alle opere di autori Caravaggeschi, ispirati al grande maestro e alle vedute italiane.

“Gli Old Master Paintings esposti a Tefaf hanno sempre una qualità eccezionale e una provenienza certa – spiega l’antiquario romano Cesare Lampronti, presente alla mostra insieme ai colleghi Voena Di Robilant, Moretti, Silvano Lodi jr, Domenico Piva, Rob Smeets, Altomani e Alessandro Cesati – sono in perfette condizioni e oltre a essere un ottimo investimento sono un lusso per collezionisti raffinati”.

Lampronti anticipa a Qualeimpresa che per la XX edizione esporrà una coppia di vedute italiane

 realizzate nel XVIII secolo da Luigi Vanvitelli e una strepitosa veduta veneziana di piazza San Marco realizzata da Luca Carlevarijs.

Mentre da Alessandro Cesati sarà esposta una preziosa scatola francese in metallo cesellato realizzata negli anni 1740-50.

r.olcese@guidaopi.it

 


 

1966, Roma, rivisitiamo la terza Mostra Nazionale dell’Antiquariato

 Palazzo Braschi  7 - 29 Maggio 1966. Lode degli Antiquari di Mario Praz .

Mario Praz, 1966

Nella voce che mi riguarda in Who’s Who, dopo gli estremi della carriera, e la lista delle pub­blicazioni che d’anno in anno è venuta aumentando, figura una breve descrizione delle mie recreations che è rimasta sempre la medesima, e cioè: « travelling, Empire furniture ».

Con gli anni, anche i viaggi sono cresciuti di numero, e così pure i mobili, i quadri, gli oggetti del pe­riodo neoclassico pei quali il mio appartamento non ha oramai quasi più capienza, ma non per questo s’è allungata in Who’s Who la descrizione del mio hobby che è rimasta così com’era fin dapprincipio: «Empire furniture », mobilio Impero.

 Eppure questo hobby ha preso tanta parte della mia vita, che nel mio libro autobiografico, La casa della vita, più spazio è dedicato alle vicende della mia collezione che a quelle della mia vita.

Al segno che un malevolo cri­tico inglese, Cyril Connolly, recensendo nel Sunday Times del 20 settembre 1964 la versione inglese del mio libro, ha potuto dire che tutti i libri sulle collezioni private tendono a riuscire noiosi, specialmente se scritti dagli stessi collezionisti, e che è una fortuna che collezionisti del calibro di lord Hertford non sapessero scrivere: « Il suo appartamento mi fa pensare al dramma di Ionesco dove l’inquilino trasporta tanti e tanti mobili, finché ne rimane sepolto, proprio come io sono rimasto sepolto sotto le sue descrizioni ».

Tutti, o quasi (non certamente D.H. Lawrence che in un accesso di furore bruciò codesti volumi - non erano suoi, ma della sua ospite - in un caminetto) si divertono alla lettura delle avventure galanti di Casanova, e soltanto pochi (ma più di quanti non si creda) a quelle non galanti, ma non meno ardenti, di un collezionista, perché, a parte il fatto che per molti il culto dei begli arredi è lettera morta, c’è il quasi insormontabile ostacolo di rendere in parole la qua­lità d’un mobile o d’un oggetto, mentre la descrizione d’una bella donna provoca subito rea­zioni. familiari: costì non c’è bisogno di ricorrere a un linguaggio tecnico.

Sarò dunque riu­scito ad annoiare i più, e a fare rimpiangere che, come tanti altri collezionisti, io non abbia taciuto, e abbia voluto aggiungere il mio nome a quello dei cultori di un genere di letteratura, l’aneddotica antiquaria, il cui campo è, nell’apparente ricchezza, assai limitato, le esperienze ripetendosi con tal meccanica sequela, a mo’ di vicende d’un gioco, che, a meno di non es­sere noi stessi collezionisti o antiquari, capaci cioè di sentirci venir l’acquolina in bocca e man­care il respiro leggendo di quel certo tipo d’avventure, pianteremo dopo un poco il libro come si esce annoiati dalla sala d’un’asta in cui viene messo all’incanto un genere d’oggetti che non c’interessa.

Tutte le esperienze di codesto mondo dalle passioni violente ma poco comunicabili, si riducono insomma ai due tipi ricordati a proposito di metodi d’avanzamento in una pagina d’un gustoso libro che, da pochi oramai conosciuto, s’è proprio ora fortunatamente ripubblicato, le Risultanze in merito alla vita e al carattere di Gino Bianchi di Piero Jahier: rendere nuovo il vecchio, rendere vecchio il nuovo.

Con una differenza, però: che laddove Jahier aggiungeva tra parentesi nell’un caso: occultamento delle fonti, e nell’altro: epifania delle medesime, qui l’ordine andrebbe invertito.

Ché gli antiquari rendono nuovo il vecchio proprio per mezzo dell’epifania delle fonti, cioè illuminando il valore storico e artistico d’un’ opera antica sì da renderla appetibile ai moderni, e rendono vecchio  il nuovo occultando le fonti, cioè dissimulando tutto quello che il restauro e l’abile interferenza moderna hanno aggiunto a un’opera antica per elevarla di tono (quando addirittura l’opera antica non è creata di sana pianta, e allora si entra in un’altra categoria, affine, di cultori dell’antico, i Dossena e gli Joni).

Connesso a quelle due categorie: rendere nuovo il vecchio, rendere vecchio il nuovo, è il gioco della speculazione, onde cose ritenute vecchie o di scarto o cose nuove abilmente dissimulate vengono quasi per miracolo ad assumere un valore spesso favoloso: procurate con poca spesa, si vendono per un capitale.

 Ma questo fatto della speculazione è poi tanto scandaloso?

Non disse Samuel Johnson che: «Nessuno, se non qualche cretino, ha mai scritto se non per denaro »?.

Sono poi così diverse la professione di filologo, che è la mia manifesta, e quella di antiquaria. che in fondo era la mia potenziale?

Rimasi sorpreso sulle prime, quando un eminente sacerdote, in un’allocuzione a noi universitari, dichiarò di essere a loro accomunato dalla ricerca del vero.

Ma era proprio così nel suo caso, ed è così nel caso dei filologi e degli antiquari.

Intanto, tralasciando i nomignoli spregiativi che esistono per l’una e l’altra categoria (a Napoli qualcuna chiama ancora gli antiquari saponari, dal commercio dei robivecchi o stracciaroli che davan sapone in cambio di stracci), se si guarda all’accezione originaria della parola antiquario, antiquari siamo gli uni e gli altri; se noi filologi attendiamo alla cognizione delle cose antiche per un fine disinteressato (o non direttamente economico) e gli altri alla ricerca delle cose antiche prin­cipalmente a fin di lucro, le stesse qualità d’intuizione e di dottrina sono necessarie a entrambi , la sola differenza essendo che, insomma, un filologo può divertirsi a schiccherare pagine e pagine di congetture più o meno gratuite e strampalate senza rimetterci più che la spesa della carta e della stampa (e spesso neanche quella, considerando la benevolenza di dotte riviste e d’atti acca­demici), mentre l’antiquario che non abbia buon naso paga di persona, ci rimette il proprio pa­trimonio; e la differenza, come si vede, torna tutta a onore degli antiquari.

Scavatori e scovatori siamo entrambi, e non sono sicuro che il mondo si sia meno avvantag­giato dalle scoperte degli antiquari per lucro che da quelle degli antiquari per disinteresse.

Pre­ziosi codici, opere d’arte favolose, sono tornate alla. luce più spesso per l’acume indagatore di qualche avventuroso negoziante d’antichità che per quello d’un sedentario critico o d’un paziente archeologo.

Quest’affermazione potrà sembrare ardita; comunque, io ho conoscenze in entrambi i campi, e so che mentre ciascuno dei miei amici antiquari può raccontarmi scoperte personali d’interesse non di rado rilevante, pochi miei amici filologi sanno narrarmene delle eguali, senza contare che la conversazione dei primi è parecchio più amena di quella dei secondi.

 

Mi do­mando se all’egregio X, acuto e taciturno professore di letteratura, che in società dirà sì e no cento parole all’anno, sia capitata mai un’avventura come quella che fece la gioia e anche la fortuna del mio amico B, un antiquario che - si aggiunga, se ciò può aumentare il ri­spetto per lui - passava le vacanze leggendo classici greci nell’originale.

Costui si trovava una volta in una grande città industriale dell’ultima Tule, in un paese dove, per l’abitudine che avevano i suoi abitanti facoltosi di viaggiare e d’acquistare all’estero ogni genere d’anti­caglie, vengono alla luce di quando in quando le più impensate opere d’arte.

 Ma l’amico mio era stato sfortunato in quella spedizione, e, accingendosi a lasciar la città, volle almeno non aver fatto il viaggio per niente, e acquistò qualche taglio d’abito, essendo il paese famoso per le sue stoffe; ordinò che la merce gli venisse recapitata al suo albergo.

Poco prima di par­tire, non trovando il pacco nella sua camera, ne richiese il portiere; risultò che per errore era stato deposto in un’altra parte dell’albergo, accessibile per un’altra scala.

L’amico salì su per questa, e su un pianerottolo, a un tratto, gli si parò dinanzi una magnifica tela che egli senz’altro

identificò per opera dello Zurbaran.

 In tali circostanze ogni antiquario di razza sa quel che accade: una sacra febbre s’impossessa dello scopritore, e non lo lascia finché egli non si sia assicurato l’oggetto.

Così accadde del mio amico che, con l’aria disinvolta dietro la quale i pari suoi sanno velare l’interna passione, chiese al proprietario dell’albergo di vendergli il quadro.

 Il locandiere non aveva difficoltà (il soggetto era sacro, e ripugnava alla sua anima di protestante); solo gli sarebbe piaciuto di conservare la cornice, .la cui doratura, ottocente­sca, era ancora fresca e vistosa. Non fu difficile combinare l’affare, e il mondo conobbe un capolavoro del pittore spagnolo di cui s’era perduta traccia.

Chi oserebbe confondere l’amico B nella folla dei rigattieri e commercianti di quadri che in una stampa del Settecento offrono le loro croste al Buon Ladrone crocifisso in una nicchia (Hommage au bon larron par les brocan­teurs, rapetasseurs de tableaux)?

 Scoperte ben più grandi di questa sapranno narrare altri antiquari; se ne troveranno di sen­sazionali nel libro dedicato a Duveen da S.N. Behrman (New York, 1951); ma ho voluto sce­gliere proprio un di quei casi che capitano non una sola volta nella vita d’un bravo negoziante d’antichità, ma parecchie.

Se il narratore è abile, come Léo Larguier nei Trésors de Palmyre, potrà conferire un alone poetico anche a tali avventure del commercio delle cose d’arte, e, per conto mio, pochi romanzi polizieschi son così appassionanti come il saggio di Osbert Sitwell sul modo in cui venne a formarsi la famosa collezione del duca di Beaufort a Badminton (The Red Folder, nel volume Sing highl Sing lowl, Londra, Macmillan, 1945).

 Purtroppo però di solito antiquari dal fiuto pressoché infallibile nello scoprire opere d’arte, si perdono in banalità da sco­laretti quando incominciano a scrivere.

 Strano e grottesco fenomeno d’incoerenza del gusto che trova la sua controparte in quel che accade a celebri scrittori come d’Annunzio che, letterato a suo modo impeccabile, come collezionista di cose antiche e come arredatore era un « cia­frugliaro », o come Walter Pater, capace di scrivere bellissimi saggi sulla qualità e lo spirito d’un artista, e poi incapace all’atto pratico di distinguere un’opera di costui da una crosta di (ad esempio nel saggio sulla scuola di Giorgione).

Talora, ma di rado, i filologi dan dei punti agli antiquari, come dimostrò l’illustre professore Z, che avendo veduto in una rivista americana lo schizzo d’una rarissima statuetta di bronzo siriana effigiante la barbuta divinità solare a cavallo d’un toro, senza che ne fosse dichiarata la provenienza, s’arrovellò per ritrovare l’oggetto nei più celebri musei di quelle antichità, ma invano,  finché un giorno, visitando la galleria d’un noto antiquario della città dove abitava, nella penombra d’una vetrina scorse, come in un sogno, la sospirata statuetta.

Naturalmente il professore Z, essendo riuscito ad acquistare l’oggetto, non se ne sarebbe separato per tutto l’oro del mondo, mentre un antiquario l’avrebbe ceduto al maggiore offerente.

 Ma appunto tal continuo disfarsi delle cose preziose accelera e moltiplica i movimenti dell’antiquario, che non riposa mai sugli allori; come un insetto vola di fiore in fiore, e così facendo, trasporta il polline e fecondità; e se il fine dell’insetto non è la fecondazione dei fiori e il fine dell’antiquario non è l’aumento del patrimonio artistico del mondo, dobbiamo per questo stimar meno i loro servigi?

Una storia del commercio antiquario avrebbe capitoli non meno romanzeschi di quella dei

 grandi viaggi d’esplorazione; e, quanto a me, confesso che darei molte delle mie

ricerche filologiche per una di quelle grandi trovate di negozianti d’antichità.

Un particolare merito che va riconosciuto agli antiquari italiani è quello di occuparsi di oggetti di arte

applicata in un paese come il nostro in cui lo Stato non incoraggia davvero i musei di arti minori.

Lo Stato ha lasciato languire per anni la vastissima collezione Gorga nei sotterranei del Vittoriano (solo ora parte della sua magnifica raccolta di strumenti musicali è esposta al pubblico, nel refettorio di Santa Marta al Collegio Romano), e non ha mai potuto voluto aprire un museo delle arti minori, come ne esistono all’estero (ricordiamo tra i più insigni del genere il Victoria and Albert di Londra, e il Musée des arts décoratifs di Parigi) ricordandosi solo a questo riguardo il vano tentativo di sistemare la collezione Gorga nei sotterranei del Palazzo Barberini, occupati abusivamente e difesi strenuamente dal Circolo delle  Forze Armate con un accanimento degno di miglior causa che non quella di offrire sontuosi locali pei ricevimenti nuziali dei figli degli ufficiali.

 Quando da noi si penserà a organizzare un museo di questo genere sarà troppo tardi come è successo pel Museo delle Tradizioni Polari all’EUR, che illustra solo in minima parte una ricchissima produzione artigianale andata dispersa.

 Poiché i quadri d’autore e i pezzi di scavo possono emigrare, ma non si disperdono, mentre solo l’amore di qualche maniaco può salvare gli oggetti d’artigianato, la cui destinazione utilitaria è pei contemporanei preminente, mentre il giudizio dei posteri, se convenga o no conversare tali «calie », diviene di meno in meno favorevole col diffondersi dei criteri americani di buttar via tutto ciò che non serve più e con l’abbandono dell’antico uso di trasferire nella camera degl’impicci (che del resto non esiste più nelle anguste case moderne, che però hanno doppi bagni, magari mezza tinozza per la servitù che pure va scomparendo) gli oggetti inservibili a cui tuttavia si rimane (o si rimaneva) legati per un vincolo sentimentale.

In Australia ho visto in un piccolo museo di provincia conservata perfino una bottiglia di

 gassosa col pallino come oggetto degno di curiosità, da noi non sarebbe stata esposta neanche al mercato di Porta Portese;

da noi le chiese del contado scartano arredi pregiati per permettersi le installazioni di neon e i santi di plastica.

E se questi arredi passano da chi non sa apprez­zarli a chi sa trasmetterli a coloro che

 li apprezzano e li conservano, non dovremmo benedire cento volte l’intermediario, il « saponaro »?

 Lo Stato è impotente a proteggerli; anche perché nel bilancio la parte destinata alla

Sopraintendenza alle belle arti è una frazione minima.

Quanto da noi si salva nel campo delle arti decorative, è salvato dagli antiquari.

So benissimo che l’idea prevalente circa gli antiquari è un’altra. E mi studierò di descri­verla così:

In un vecchio libro di cucina (in che libri non ficchiamo il naso noi bibliofili?) m’ha colpito

il nome d’un piatto, colto a caso in una rapida scorsa, un di quei nomi

fantasiosi e assurdi nel gergo internazionale della cucina d’una volta: omelette soufflée à l’antiquaire.

La ricetta non è affar mio, ma quella combinazione di parole m’ha fatto

correre il pensiero a tutt’altro campo che l’arte d’Apicio; poiché tra la gonfia frittata

di pochi ingredienti sublimati in aerea spuma e la professione

d’antiquario si può scorgere un rapporto profondo che l’autore del Rigeneratore

gastronomico, dalle cui labbra era piovuto quel nome di manicaretto, non si sognava neppure.

Che cos’è infatti, il più delle volte, l’arte di vendere un oggetto antico se non un frullare, uno sbattere, un

volatilizzare sapientemente il poco uovo e la copio sa chiara, finché gl’ingredienti, montati e

secondati dal calore del forno, assumono quella caratteristica forma a sgonfiotto che arieggia le mongolfiere?

E non dico che in ogni caso l’antiquario s’aiuti, come il cuoco, con un po’ d’agro di limone per far gonfiare meglio, ossia che forzi la montatura con qualche rea­gente drastico e non confessabile;

 no, ogni anticaglia, anche la più genuina, è simile alla frit­tata a sgonfi otto, un terzo del cui pregio consistendo in virtù intrinseca, e gli altri due terzi in fascino del passato, in associazione con un certo periodo storico, in rarità, introvabilità, curiosità, bizzarria, esotismo, tutte qualità che traggono vita e alimento solo dalla fantasia dell’uomo, aerea spuma da cui nasce quell’ Afrodite che è la cosa bella.

 « Virtù» chiamarono nel Settecento anche una notevole anticaglia, quasi aspergendo l’oggetto

della bravura di chi lo presentava o della passione di chi ne andava ghiotto.

Quel virtuoso gli maneggia, e quelli Favellan, come fosser creature. Sollecitati con abile industria, gli oggetti

parlano come i «figurin bizzarri e snelli» nella satira del Menzini, «che paion del Callotti esser disegni ».

Col che non vuol concludersi che la professione di vendere antichità sia poco meglio di una mascherata!

Ma l’arte di «far mus­sare» è propria tanto dell’esperto confezionatore di frittate a sgonfi otto che

 dell’antiquario, e - concediamolo, per esser giusti e non venir tacciati di notare

 il fuscello nell’occhio altrui, di­mentichi del trave ch’ è nel nostro - di noi giornalisti.

Vedete, per esempio, siccome il con­cetto d’antichità si sposta di continuo, e quel che era ieri spregiato come vecchio viene oggi messo in onore come antico, vedete di questi giorni in qualche vetrina d’antiquario di moda (perché anche tra gli antiquari ci son quelli che fiutano meglio i gusti dell’età presente) esposto come «oggetto di virtù» uno di quei vasi della «Belle Epoque» che Gallé chiamava poèmes vitriftés o uno di quei lumi formati da gambi di cardo attorti intorno a una nudità dalle chiome fluenti la cui qualità supremamente liberty bastava, ancora non molti anni fa, a farceli relegare tra le cose ridicole e impossibili… sl, ma divertenti, insinua ora l’imbonitore, deliziosi, un amore, una galanteria.

 Proprio come, or è qualche tempo, diceva a proposito, mettiamo, di uno di que­gli sgabelli imbottiti e trapunti che, quando eravamo ragazzi, tutti eran d’accordo a trovare buffi e a relegare in soffitta: uno di quei poufs del borghese Ottocento, panciuto, pieno di pol­verose fossette, goffo.

Panis levis qui dicitur« pouf», sta scritto in un Liber albus straniero del Quat­trocento per definire quella che noi chiamiamo sfogliatella, e, seguitando il filo di questo paragone culinario, chi non vede un rapporto tra la gonfia e leggera pasta, lavorata a forza di sbatterla contro la spianatoia, e quello sgabello a sgonfiotto, opera di antico maestro tappez­ziere, che la moderna rievocazione storica circonfonde di divertito idoleggiamento?

Secondo dunque l’opinione corrente la professione d’antiquario confinerebbe, in una «piazza universale di tutte le professioni del mondo» come quella di Tomaso Garzoni da Bagnaca­VallO, con la professione dei fabulanti, cioè di coloro che la danno ad intendere, per fabula significando si una «oratio ficta verisimili dispositione imaginem exhibens veritatis ».

Ma quale delle umane professioni non può essere messa, e non è stata messa, in cattiva luce?

 È giusto dunque, per seguitare il paragone culinario, che per una volta tanto la frittata venga rivoltata a onore degli antiquari.

 


Mario Botta e Paolo Crepet discuteranno sulla felicità e i luoghi in cui viviamo. “Dove abitano le emozioni” è il titolo dell’incontro pubblico previsto per venerdì 18 luglio, alle 17, a Chiusi-Centro convegni San Francesco, coordinato dalla giornalista Maria Antonietta Calabrò. L’iniziativa prende spunto da una pubblicazione sugli stessi temi: un libro intervista con l’architetto di fama mondiale e lo psichiatra e sociologo, edito di recente da Einaudi. A Chiusi, strategico luogo etrusco, si discuterà su come ripensare città e territori extraurbani come luoghi dove poter essere felici. Le riflessioni di Botta e Crepet potranno dimostrare come questa aspirazione non sia solo un’utopia. Al contrario, negli spazi urbani e nel territorio si può vivere un tempo non solo produttivo, dove emozioni e ricchezza siano strumenti di una nuova convivenza e di una quotidianità rinnovata per il singolo come per la comunità.

Botta e Crepet approfondiranno come le nostre emozioni dipendano anche dal modo di utilizzare e concepire territori e spazi urbani. La cittadina di Chiusi rappresenta una scelta non casuale, può essere infatti considerata un luogo simbolico, da sempre punto strategico e di confronto, luogo di stratificazioni storiche. Anticamente, c'era il sistema viario legato alla Chiana, che collegava Arno e Tevere (navigabili). Oggi ci sono ferrovia e autostrada, e una posizione geografica di confine tra tre regioni del centro Italia. Il paesaggio, sopratutto, ha mantenuto la biodiversità, rimanendo identico anche rispetto alle antiche mappe del catasto leopoldino. Ancora oggi la campagna che la circonda evoca armonia, liricità, ispirazione di un paesaggio che ha mantenuto intatto il rapporto con la memoria. Insomma, un luogo simbolo dove affrontare adeguatamente i temi della qualità della vita, del paesaggio e della felicità in rapporto all’architettura che ha bisogno, secondo Mario Botta, di ritrovare valori umanistici forti, spiccata sensibilità ambientale e un’attenzione per la bellezza. “La felicità e i luoghi in cui viviamo – osserva il sindaco di Chiusi, Luca Ceccobao – sono aspetti intimamente legati e che meritano un confronto, specie in un territoro ‘eletto’ come il nostro. Ma il territorio senese e toscano non può essere considerato, con superficialità, solo un’isola felice: al massimo un laboratorio virtuoso sul quale introdurre spunti e riflessioni. Auspico che Chiusi possa continuare ad ospitare questo dibattito, con altre analoghe iniziative nel prossimo futuro”.

SINTETICHE NOTE BIOGRAFICHE

Mario Botta, architetto di fama mondiale, ha lavorato con Le corbusier e Louis Kahn. Tra i suoi lavori il Museo d’arte moderna di San Francisco, la torre Kyobo a Seul, la ristrutturazione del Teatro alla Scala di Milano, il Mart di Rovereto.

Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, ha lavorato con Franco Basaglia. Numerose le sue pubblicazioni e le collaborazioni con testate televisive e periodici, che ne fanno un divulgatore di successo sugli studi legati agli aspetti più profondi della vita umana.

 

Protagonista d’eccezione del variegato programma proposto dalla Galleria Civica di Arte Contemporanea per l’estate 2008 è l’artista americano Paul McCarthy. E quale personaggio meglio di lui poteva impersonare l’essenza irriverente di The Rocky Mountain People Show, volto a prendere di mira il mondo dello spettacolo nel suo aspetto più kitsch? I disegni che vengono ospitati dalla Galleria Civica di Trento, a partire da martedì 15 luglio, con inaugurazione alle 20.30, fino a domenica 2 novembre 2008, sono stati realizzati in collaborazione con Benjamin Weissman, amico col quale l’artista si è incontrato più volte nell’ultimo decennio per scambiarsi storie ed idee.

Molti dei disegni esposti, che successivamente passeranno alla Zaçheta National Gallery di Varsavia e ad altri musei europei, sono stati originati nella Mammoth Mountain, nella Sierra Nevada in California e presentano tra i loro temi fondamentali proprio quello della montagna. In suddetta produzione grafica, che risulta suddivisa in sette gruppi: Boy, 1997-98; Pegotty Eye, 2003; Nature, 2003; Female Lead, 2006; You Scoter Vat and Never Digested, 2006; Service, Feed and Under Hart, 2008; Heidi 5’ 2’’ 107 lbs, 2008, McCarthy e Weissman giocano con parole e immagini unendole in una relazione inscindibile, tanto che le scritte, sensate e non, diventano parte integrante del disegno stesso. I due artisti propongono quindi, in forma ironica, quasi fumettistica, paesaggi montani, sciatori impegnati in equivoche pose, uomini che si accoppiano in maniera selvaggia persino con animali. Lavorano molto poi anche con le associazioni mentali; un esempio per tutti è l’ampio uso che fanno della figura del mammut, termine che richiama la montagna dove si recano con una certa frequenza, ma che risulta anche una concreta raffigurazione, quasi ossessiva, presente nelle loro composizioni, non limitata al mondo animale, in quanto figura ibrida e madre di figli umani. McCarthy ama rompere i tabù della società tradizionalista in maniera scenografica e drastica, approfondendo le questioni della promiscuità, della violenza, della pornografia, della masturbazione, della nascita e della morte. Questo anche perché è cresciuto negli Stati Uniti, quindi in un mondo in cui il gigantismo, la televisione, l’intensità cromatica prevalgono sulla sobrietà che viene sacrificata nel nome dell’entusiasmo e della spettacolarità. Le sue azioni, ben esplicitate nei disegni, sono quasi sempre a sfondo sessuale, messe in scena teatrali dei processi e degli atti in parte considerati temi scottanti, espressioni libere del pensiero e dello stream of consciousness dell’artista. McCarthy, come è solito fare, utilizza l’ironia e l’esagerazione grottesca in un’arte che prende spunto dalla vita quotidiana, macinando ambientazioni hollywoodiane, derivanti da serie televisive, fumetti, cinema di serie B, fino ad arrivare persino al mondo incantato di Disneyland, e, questa volta, lavora in collaborazione con Benjamin Weissman, co-editore di Bomb Magazine, autore di Dear Dead Person (High Risk/Serpent’s Tail, 1995), di articoli per Freeze, Powder, Parkett, Frieze e Artforum, nonché professore all’Art Center College of Design e all’Otis College of the Art. Il progetto è realizzato grazie al supporto organizzativo di Hauser & Wirth Zürich London.

Firenze
Presentato alla Galleria degli Uffizi
il cantiere di restauro del Laocoonte di Baccio Bandinelli
E’ un’opera tra le più note e suggestive della Galleria degli Uffizi, copia del famoso Laocoonte di età ellenistica, scoperto sul Colle Oppio a Roma, nel 1506, e conservato oggi ai Musei Vaticani. L’intervento è reso possibile grazie al generoso sostegno economico dell’associazione Amici degli Uffizi e dei Friends of Uffizi Gallery Inc.

Per non privare il pubblico di uno dei capolavori della Galleria si è scelto, eccezionalmente, di allestire in loco il cantiere e di renderlo “aperto”, così che i visitatori, volendo, possano assistere alle varie fasi di pulitura e conoscere più da vicino il lavoro dei restauratori. Lo spazio del cantiere sarà delimitato da un diaframma - di un modernissimo materiale leggero in fibra termotesa chiara - dotato di pannelli informativi sulle fasi salienti dell’operazione, con proiezioni di immagini sia in tempo reale che registrate. Sul diaframma si troverà anche una finestra in cristallo trasparente, per osservare direttamente i restauratori all’opera. Oltre al Laocoonte saranno restaurate altre quattro opere della testata del terzo corridoio, non meno importanti, tutte antiche e provenienti dalle collezioni medicee: una scultura raffigurante il Cinghiale, copia di un bronzo di epoca ellenistica che fu modello per la celebre opera di Pietro Tacca, eseguita per la fontana del Mercato Nuovo, universalmente nota come il Porcellino; un Ercole rappresentato al termine delle proprie fatiche, sull’esempio dell’Ercole Farnese e due ritratti virili, entrambi databili intorno al I secolo dopo Cristo e rappresentanti due uomini in età matura.

I restauri delle opere, sotto la direzione dei lavori di Antonio Natali, Direttore della Galleria degli Uffizi, di Antonella Romualdi, Direttore del Dipartimento dell’antichità classica e di Francesca de Luca, Direttore del Dipartimento dell’arte del Cinquecento e del Seicento, saranno eseguiti da Alberto Casciani per il Laocoonte, da Paola Rosa per il Cinghiale, da Giovanni Boni per l’Ercole Farnese e da Daniela Manna per i due busti. Il progetto del cantiere è di Antonio Godoli, mentre le indagini preliminari sul gruppo di Baccio Bandinelli sono state fatte da Marcello Picollo dell’Istituto Iroe e da Susanna Bracci del Cnr. “Si tratta - dice Antonio Natali - di un’operazione fra le più importanti intraprese dalla Galleria nell’ottica della rilettura degli ambienti che saranno emblematici degli Uffizi di domani. Dopo il riordino della Sala della Niobe, dopo il Ricetto delle Iscrizioni e la Sala dell’Ermafrodito, dopo il restauro della scala lorenese, l’attuale intervento aspira a restituire alla testata del corridoio di ponente l’antica nobiltà che le pertiene”.

La storia del gruppo marmoreo del Laocoonte è indubbiamente affascinante: l’opera fu scoperta a Roma da Felice de Fredis cadendo in una buca nella sua vigna presso le Terme di Tito, sul Colle Oppio. La buca risultò essere l’ingresso di una stanza sotterranea nella quale si celava la scultura. Papa Giulio II inviò subito Giuliano da Sangallo e Michelangelo che la identificarono immediatamente con quella di proprietà dell’Imperatore Tito (79-81 d.C.), che Plinio il Vecchio attribuiva agli scultori Agesandro, Atanadoro e Polidoro di Rodi.La scultura raffigura Laocoonte, il sacerdote troiano che, contro il volere di Atena e Poseidone, si era opposto all’ingresso a Troia del cavallo di legno lasciato dai Greci di fronte alla città. Due serpenti marini lo avvolsero fra le loro spire, uccidendolo insieme ai due figli, e segnando così la distruzione di Troia. Il gruppo destò lo stupore dei contemporanei («…Tutta Roma die noctuque concorre a quella casa che li pare el jubileo»).

L’opera contribuì notevolmente a rivoluzionare la percezione dell’arte antica e non ci fu artista in Roma, anche di passaggio, che mancasse di studiarla. Bramante organizzò addirittura un concorso per l’esecuzione della copia migliore che venne vinto da Sansovino.

Oltre a una gran quantità di disegni, ne furono ricavate copie, calchi in gesso, in bronzo e in marmo. La scultura, complessa e delicata al contempo, ha ispirato scrittori, pittori, letterati di varie epoche come testimonia la recente mostra “Laocoonte per sempre” del 2006 ai Musei Vaticani, in occasione della quale è stata sottoposta ad una leggera operazione di cosmesi e di pulitura di vecchie stuccature.

Il gruppo marmoreo della Galleria degli Uffizi fu commissionato a Baccio Bandinelli (Firenze 1493 - 1560 ) dal cardinal Giulio de’ Medici, poi Papa Clemente VII (1523-34). Lo scultore toscano la realizzò nel 1520 con tre blocchi di marmo, per regalarla a Francesco I re di Francia.

E forse, già prima di questa data, fu lo stesso Bandinelli ad eseguire alcune integrazioni sulle parti mancanti nella statua originale. La copia dell’artista toscano fu inviata a Firenze nel 1531 e collocata nel cortile del Palazzo Medici di via Larga - come attesta un’iscrizione sotto la base ricordata dal direttore della Galleria Giuseppe Bencivenni Pelli nel 1779 - da dove fu poi trasferita nel casino di San Marco. Entrò in Galleria con l’ubicazione attuale con l’eredità del Cardinal Carlo de’ Medici, probabilmente nel 1671. Il restauro del nostro Laocoonte ha lo scopo di restituire leggibilità al gruppo, offuscato dalla “patina del tempo”, da uno strato di sporcizia dovuto a sostanze grasse, vecchi strati di cera, depositi di polveri e dai danni subiti a causa dell’incendio avvenuto in galleria nel 1762, ancora testimoniati da numerose macchie rimaste sulla sua superficie.  Questo in breve il progetto dell’intervento: in una prima fase si dovrà verificare, attraverso vari saggi, il grado di profondità cui adeguare la pulitura, poi, con l’utilizzo di piccoli tamponi imbevuti di sola “acqua deionizzata”, verrà rimosso lo sporco più superficiale, mentre si farà ricorso ad un’apparecchiatura laser, per quei depositi penetrati nella rugosità del marmo. Un altro importante momento del restauro consisterà nel controllo della tenuta delle adesioni tra i vari pezzi, fratturati e poi riassemblati dopo l’incendio. Tempo previsto per il restauro, 10 mesi circa. Nell’ambito del ripristino dell’arredo della testata del terzo Corridoio della Galleria, saranno restaurati anche i dipinti della serie aulica collocati in quella zona: il Ritratto di Francesco de Medici (1594 - 1614) raffigurato all’età di sette anni insieme a un cane e il Ritratto di Giovan Carlo de’ Medici (1611 - 1663) giovinetto in veste di Cavaliere di Malta, entrambi di Giusto Sustermans (Anversa 1597 - Firenze 1681).

Anche questi restauri saranno possibili grazie all’associazione Amici degli Uffizi e dei Friends of Uffizi Gallery Inc che hanno contribuito all’intera operazione con un finanziamento di 160.000 euro circa.

 

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